mercoledì 31 ottobre 2012

L'antico rituale samughese di commemorazione dei morti e su pan'e saba

da:  Racconti e luoghi tenebrosi  della tradizione popolare sarda - Miti e riti tra sacro e profano.Gigi Deidda Iris Edizioni 2006

Tott' is Santos:

La festa di tutti i Santi era festa manna, tra le più sentite; quel giorno anche nelle case dei più poveri il pranzo era ricco, per lo meno se confrontato col pasto degli altri giorni, la padrona di casa infatti preparava is maccarrones conditi con la carne del galletto più grasso.Quella notte, una porta o una finestra di tutte le case restavano aperte per consentire a is animas di poter tornare nelle loro dimore e potersi rifocillare a sa mes'e is mortos. In tutte le case veniva imbandito un tavolo con un piatto di pasta, una bottiglia di vino, un bicchiere, un pane, della frutta secca ed un lume acceso.Non mancava su pan'e saba, il dolce dei morti, confezionato con semola impastata con la sapa, uva passita,noccioline, noci e mandorle. L'indomani si usava dare il tutto ad un povero.


Su pan'e saba  www.turistiaoristano.com


One year ago, at the Archaeological Museum “Sanna” of Sassari, Sardinia…


…..three friends noticed a discoidal object with incised, barely visible signs. The object was inside showcase Nr. 26, labeled with “Nuraghe Palmavera, Alghero, XV-IX century BC”. The disc itself, with a diameter of ca. 5 cm, is labeled as: “Large spindle-whorl or pawl for a rope ladder” and bear the inventory Nr. 618, 2471 Alghero-Sassari
Top, the discoidal object from nuraghe Palmavera. 
Bottom, cartoon by Franco Tabacco
I was one of those three people and after my visit I had to fly back home and I left Sardinia. Once at home, I immediately started to write to the Superintendance of Sassari and Nuoro, and to the Museum's director. The information that I was able to gather about this  object - obviously written- was close to nothing: nobody was able, or willing, to tell me when and by whom it  was found, and  where, whether within the main tower  or somewhere in the adjacent village. The director of the Museum, nevertheless, told me that the object is in ceramic, therefore I suggest that it is datable. The lifespan of the Palmavera Nuragic complex is between 1600 and 900-800 BC,  after which it ceased to exist. Palmavera is generally held as a paradigmatic case of non-integration with incoming new cultures, such as the so-called Phoenicians: for its entire existence it remained genuinely Nuragic. So, what is this inscription? Is it not time that we get some answers and that this object is taken, finally, into consideration in view of the long-standing debate about Nuragic script? Despite its discoidal form,  I can hardly believe that this find is an UFO. 

lunedì 29 ottobre 2012

Cartagine a ridosso del supposto trattato del 509 a.C.

di Mikkelj Tzoroddu

Il nostro terzo libro, dal titolo “Cartaginesi sempre sconfitti”, con sottotitolo “almeno dal 550 al 339 a.C.”, dovendo entrare nel merito delle motivazioni che portarono ai primi due trattati romano-cartaginesi, che il testo arrivatoci da Polibio dice essere collocabili nel 509 e nel 348 a.C., fornisce nel suo primo capitolo una descrizione contestuale degli attori secondari di tali accordi, Sardegna e Libia, ma anche di Cartagine, perché trattasi di particolarità che mai abbiamo visto portata in luce dalla critica passata e recente. Diamo appresso la descrizione su Cartagine, avendone soppresso le numerose note onde rendere più breve il contributo. 
Relativamente a questa entità politica, la storiografia ufficiale accetta una data di fondazione della città che risale all’ 814 a.C., anche se prove archeologiche poste in luce nel sito ove si presume fosse il più antico insediamento, non riescano ad andare più indietro della seconda metà dell’VIII secolo. Ed infatti, chi come il Lancel (1995), ha scavato Cartagine e dintorni per trent’anni, dichiara: «al presente, quasi un secolo separa la tradizionale data dell’814 dalle sepolture datate in modo convincente come le più antiche». Pur tuttavia, in linea generale, non siamo affatto inclini a svalutare la storia tràdita, che indica certo una traccia da seguire; riteniamo inoltre, per esperienza riflessa, i dati di scavo non sempre facilmente interpretabili. 
Bene, relativamente alla grandezza militare di Cartagine, mai abbiamo trovato prove che la possano seriamente documentare. Le fonti, al contrario, narrano di come sia stata inetta alla guerra, l’entità cartaginese, fino almeno a ridosso dell’ultimo quarto del IV secolo a.C.: dobbiamo rimarcare come ciò sia  naturale conseguenza della sua esclusiva attitudine al commercio, nella parte della sua storia presa in esame.  A conferma di quanto appena evidenziato, diciamo per ora, ma vedremo meglio in seguito, semplicemente che: 
- i Cartaginesi - e qui esprimiamo la prima serendipità - avevano talmente ben radicata “la vera filosofia della mercantile loro società” che, al contrario delle popolazioni che scelsero un certo sito quale loro definitiva dimora, non furono in grado di conquistarsi il diritto di godere e disporre appieno del territorio, per il quale invece pagavano un comodo affitto ai Nordafricani, ancora nel terzo quarto del VI secolo, quindi a distanza di ben tre secoli dalla supposta data di fondazione. E, quando gli arroganti Cartaginesi ritennero di non volerlo più pagare, alle continue richieste dei legittimi proprietari risposero muovendo loro una guerra. Essi, decisi ad uscire da questa disonorevole condizione (per la quale amiamo credere, fossero irrisi da tutte le popolazioni del  Mediterraneo), avendo delle risorse finanziarie ingenti, costituirono ben due eserciti, mettendoli sotto il comando di due condottieri, Asdrubale e Amilcare i quali, da tutti gli studiosi sempre decantati come fra i più grandi generali cartaginesi, furono bastonati con grave ignominia dai Nordafricani, ad essi evidentemente superiori, di gran lunga, nell’arte militare. Infatti, come trasmette l’epitomatore Giustino: «la fortuna favorì la giustizia della causa africana, e la guerra con loro si finì non coll’armi, ma col pagamento del tributo».
Ma, il presuntuoso sapere - talvolta frutto non portato a maturazione da specifica ignoranza - dei più osannati studiosi d’area, può negare la verità storica circa l’affitto pagato dai Puni. Al punto che nessuno, nelle ultime due decadi, ha osato contestare una delle grandi bugie del Moscati che, trattando (in modo partigiano, ovvero con animo poco propenso a rilevare elementi contrari al proprio pregiudizio) della ricerca operata dai futuri Cartaginesi d’un luogo ove stabilirsi, afferma: «quella mancanza d’impegno nella conquista territoriale che caratterizza […] gli insediamenti in Sicilia e in Iberia non trova corrispondenza a Cartagine, dove la situazione si presenta diversa. Qui c’è una vera e propria conquista, in luogo dell’insediamento». Sic!  
Ma, non potendoci qui dilungare nella dimostrazione delle immature capacità dei Cartaginesi nel condurre una guerra, riteniamo più consono, allo spirito profondo del presente lavoro, il riepilogo schematico riportato
di seguito (in relazione soltanto alle prime cinque occasioni di scontro, che si posizionano proprio a cavallo della supposta data del primo trattato), ricordando come le fonti diano i Cartaginesi sconfitti nelle seguenti circostanze da: 


     avversari        condottiero punico           periodo (a.C.)
                                         
1    Sicani           Mazeus           dopo il 538  ma molto vicino 
2    Sardiani         Mazeus                      verso il 531 
3    Nordafricani     Asdrubale/Amilcare          verso il 515     
4    Sardiani         Asdrubale/Amilcare          verso il 508     
5    Sicelioti        Amilcare                    verso il 480 


Quelle enumerate sopra sono guerre avvenute sulla terraferma di cui daremo ampio conto in un capitolo successivo, ma abbiamo testimonianze sfavorevoli per i Cartaginesi anche nei loro scontri navali. Tucidide ci tramanda: «E i Focesi colonizzando Marsiglia vinsero i Cartaginesi in battaglia navale»; Pompeo Trogo ci dice per bocca di Giustino: «i Marsigliesi […] spesso sbaragliarono anche gli eserciti dei Cartaginesi […] a causa della cattura di navi pescherecce, e dopo averli vinti concessero loro la pace»; anche  Pausania scrive: «quel gruppo di Focei […] con le loro navi acquisirono la supremazia navale sui Cartaginesi»; infine Erodoto, per la battaglia del Mare Sardo, afferma che i Focesi di Alalia, con una flotta di sole 60 navi, vinsero Cartaginesi ed Etruschi, aventi una flotta di 120 navi, pur se conseguirono una vittoria cadmea. In questa ultima vicenda si vede lo stato di inferiorità dei Cartaginesi, anche nei confronti dei loro alleati Agillei, in fatto di perizia nelle operazioni di guerra nel mare: infatti, poiché è scontato che il bottino di ciascuna battaglia venga suddiviso secondo i meriti, Erodoto ci testimonia che il merito della quasi vittoria, fu in gran parte dovuto ai Ceriti, perché: «gli equipaggi delle navi distrutte, i Cartaginesi e i Tirreni […] se li divisero. Gli Agillei ebbero il maggior numero di uomini». Ci piace qui adire un microscopico excursus, soltanto dicendo che mal si confà la sistemazione di “Cartaginesi” a fianco di Etruschi, in quel torno di anni in cui i Cartaginesi avevano nessun potere sul Tirreno centrale: sarà doveroso, per noi, per tutti, affrontare questo tema in sede appropriata. Ma, il fatto storico più eclatante, che pone in luce la loro imbelle capacità sul mare, viene fornita dalla sconfitta subita a Milazzo nel 260 a.C., e siamo ben oltre i cinque secoli della loro vicenda storica. Ebbene, i Romani che non avevano nessuna dimestichezza con il mare, senza nemmeno sapere come costruire una nave, in poco tempo allestirono una flotta di 120 navi e senza aver mai avuto un equipaggio pratico del governo di un natante, senza aver mai avuto un ammiraglio pratico di rotte, venti, correnti e derive, venuti allo scontro, sconfissero i Cartaginesi in modo che questi ne ebbero grave ignominia. Del resto, circa le attitudini militari sul mare dei Punici, furono proprio i loro più grandi conoscitori, i Romani, a nutrire seri dubbi. Dubbi e perplessità che, suffragati da un mero calcolo aritmetico, li convinsero fosse davvero facile, acquisire il dominio del Mediterraneo occidentale, cavalcando la pochezza dei Cartaginesi. Infatti, a metà del III secolo a.C., la tradizione, come afferma il Tarn, rendeva edotti circa il fatto che, il massimo sforzo dei Punici poteva produrre una flotta non più grande di 200 navi: «ciò era noto ai Romani; ed i Romani, nel loro tentativo di assurgere a potenza marinara, non stavano invadendo il campo dei miracoli, ma stavano agendo sulla base di un ragionevole, freddo calcolo. Essi stimarono che, con le proprie superiori risorse, avrebbero potuto mettere in campo una flotta di 20-40 navi sopra le 200, il che significa, superiore a qualsiasi numero di navi di cui potesse disporre Cartagine; e che se avessero fatto ciò, essi avrebbero vinto. Ed essi effettivamente vinsero. […] La loro vittoria fu, ciò non di meno, un risultato eroico, perché fondata su una ben ragionata politica e perché (reputarono che, ndr) la potenza navale dei Cartaginesi fu forse non così grande come siamo abituati a credere».
Se, di Cartagine, si può dire che fu un potente stato mediterraneo, pensiamo sia esclusivamente dovuto alla sua straordinaria capacità imprenditoriale in campo mercantile, che la mise in grado di accumulare una ricchezza inestimabile. La  presenza così diffusa, nel Mediterraneo occidentale, della sua flotta da trasporto, ne fece un interlocutore privilegiato per quegli stati rivieraschi privi di esperienza marinara. Mentre alcuni soggetti non ebbero bisogno dei suoi servigi, altri erano in competizione con essa e, con altri ancora, poteva esservi uno scambio di competenze e di beni.  È, quindi, certo che essi, nella prima parte della loro esistenza (ben lungi dall’avere maturato delle apprezzabili capacità militari) avessero sviluppato una grande maestria nel relazionarsi con l’esterno, intrattenendo rapporti d’affari e addivenendo a vantaggiosi accordi commerciali con vari soggetti, facendo valere il peso della esperienza diplomatica e della potenza economica acquisite. A coloro i quali abbiano poca dimestichezza nel visitare i fatti della Cartagine di questo periodo, parrà perfino che la nostra esposizione dei fatti storici ad essa pertinenti, possa essere eccessivamente severa. Ma, esservi nulla di autenticamente meritevole da raccontare, se non induzioni partorite ab antiquo e ripetute sino alla noia, dimostra una nota presentata dal tunisino Fantar (Carthage au temps de la bataille de la Mer Sardonienne); ebbene, in relazione al tema trattato, l’autore destina un terzo del suo intervento, alla traduzione degli autori classici che trattano il tema della Cartagine del VI secolo. Siamo anche pienamente convinti, in ossequio alla loro intelligenza lato sensu, che i Puni non abbiano mai definito sé stessi dei grandi militari. Esso, non rappresentò mai un loro obiettivo, essendo le armi, uno qualsiasi dei tanti mezzi posto in essere in varie occasioni, per raggiungere l’unico, vero, portante obiettivo del loro modo di porsi verso sé stessi ed il mondo esterno: sopravanzare tutti gli altri nell’arte del commercio, aprendo sempre nuovi mercati allo scopo di arricchire sconsideratamente le loro finanze. E, quì, vorremmo mettere a nudo una vergine considerazione, atta a suggellare, per specifica testimonianza della fonte, in modo definitivo il concetto appena espresso. Possiamo riconoscere la spia di questa loro basilare filosofia commerciale, nell’esorbitante numero di imbarcazioni da trasporto al seguito di loro grandi spedizioni “militari”, le quali in buona parte dovettero essere navi di proprietà di mercanti, cariche di ogni genere di mercanzia destinata alla vendita. Abbiamo eclatante prova scritta, di quanto appena affermato, leggendo Diodoro, XIV,73-74 in cui si narra (per l’anno attico 396-95, ovvero Livio 399) di come i soldati Siracusani attaccarono la flotta degli assedianti cartaginesi, che erano arrivati al Porto Grande di Siracusa portandosi dietro anche seicento navi da carico: «essi (soldati siracusani, ndr) avendo trovato quaranta pentecontori tirate a secco, e di seguito, ancorate vicino, navi da trasporto e alcune triremi, appiccarono il fuoco […] le navi bruciavano e nessuno dei mercanti e dei proprietari poteva accorrere in aiuto per l’ampiezza dell’incendio». Ecco qui espressa la dimostrazione che le navi da carico trasportavano beni di privati e mercanti; mentre appresso viene chiarito il contenuto, ovvero la composizione del carico, saccheggiato da “ragazzi ed anziani siracusani”, proprio perché composto da mercanzie utili per il vestirsi, l’arredamento, la pulizia personale, composto anche di utensileria per l’artigianato, oggetti preziosi, ceramiche ecc., ecc., tipiche del grande bazar, di cui essi avevano necessità nel quotidiano vivere: il carico non era composto di armi o attrezzature belliche. È questa, appunto, la testimonianza più ragguardevole, fra quelle trasmesseci dalle fonti, circa il primario obiettivo dei Cartaginesi in quel torno di secoli: insediare nuovi punti di vendita ove sistemare i loro grandi imprenditori, dalla vendita delle cui mercanzie lo stato traeva parte del profitto destinandolo alle proprie finanze, delle quali destinava una quota, per sostenere le spese di quei grandi eserciti, il cui scopo non era costruire un impero su cui estendere il proprio comando, ma garanzia della proliferazione dei mercati e protezione degli interessi dei mercanti. E, si badi bene (forniamo qui una conferma precisa ed ancora documentata dalla fonte, della realtà appena descritta) che i mercati sui quali i cartaginesi estendevano la loro maestria commerciale, prendevano sì avvio dalle basi filopuniche di Sicilia (nel caso citato), ma erano estesi nel senso più ampio dell’offerta commerciale a tutta l’isola, perché perfino Siracusa era sede di smercio delle loro mercanzie. Infatti, la nostra fonte primaria registra, per l’anno 398-97, che: «non pochi Cartaginesi abitavano a Siracusa e possedevano beni in quantità; molti mercanti avevano nel porto le navi ricolme di merci che, tutte, i Siracusani depredarono», dopo un’infuocata assemblea in cui Dionisio dichiarò l’intenzione di portar guerra ai Puni, Diodoro, XIV,46.
Ecco perché, caro lettore, non nascondiamo la pretesa di credere che, d’ora in poi si debba guardare alla lettura dei trattati romano-cartaginesi con un’ottica davvero più coerente al reale contesto storico degli accadimenti ed alla valutazione dei sogni e delle ansie che condizionavano le parti in causa.
Grazie, Mikkelj.

sabato 27 ottobre 2012

Lo scarabeo di S’ Arcu e is Forros

di Atropa Belladonna

L’ insula 2 di S’ Arcu e is Forros (Ogliastra, comune di Villagrande Strisaili) è composta da un ambiente centrale circondato da 10 vani e risalente al XII-VII sec. a.C. (1). Ricordo che nel villaggio-santuario di S’ Arcu e is Forros, al contempo definito il più grande centro metallurgico della Sardegna nuragica,  fu rinvenuto poco tempo fa uno straordinario altare bicromatico, senza alcuna controparte nel resto del mondo (2) e ora purtroppo smantellato (3). Il vano 2 dell’ insula 2 ha restituito una serie di reperti eccezionali (1). Tra di essi, ricordiamo un’ anfora di tipo cananeo  con una scritta definita indecifrabile da Giovanni Garbini (1), ma nel contempo in caratteri filistei e fenici. Di opinione decisamente differente Gigi Sanna, che l’ ha ascritta alle iscrizioni arcaiche della Sardegna nuragica, identificando inoltre esplicitamente la divinità androgina Ili/Asherah (4). 
Sempre nel vano 2 dell’ insula 2, furono ritrovati due ripostigli colmi di reperti di varia natura (1). Poiché sono interessata principalmente ai documenti scritti, menziono qui una lima dal ripostiglio 1, con incise due lettere (non mostrata nell’ articolo su AV) ed uno scarabeo dal ripostiglio 2  (figura 1), non ulteriormente commentato se non con la frase: “Nel medesimo ripostiglio si trovava, in modo inconsueto ed inspiegabile, uno scarabeo in faïence databile all’ VIII sec. a.C., probabilmente prodotto in Sardegna e attribuibile per la sua lavorazione al tipo aegyptiaca (già documentato nel tempio nuragico di Nurdole di Orani e a Sant’Imbenia di Alghero)”(1). 
Figura 1: lo scarabeo di S’Arcu e is Forros (1)
Sull’ inconsueto non c’è nulla da eccepire: hai voglia scorrere cataloghi su cataloghi di scarabei, non se ne trova uno uguale neanche a pagarlo. Il che non significa che non esista, visto che gli scarabei sono milioni, ma sicuramente è un esemplare raro. L’ unica composizione simile che ho trovato è il nome reale parziale di Ramesses X, Khepermaatre, per colmo di sfortuna uno dei faraoni meno documentati della storia. Andiamo però con ordine. Premesso che uno scarabeo andrebbe sempre presentato mostrando tutti i suoi lati, inclusi dorso e fianchi, per avere una qualche possibilità di classificazione e di datazione, analizziamo prima di tutto la frase piuttosto sibillina della Fadda.
a. il ritrovamento è inconsueto ed inspiegabile: per quale motivo? Il ritrovamento di aegyptiaca (li chiamo così per comodità) in Sardegna non è certo inusuale (5). Vengono citati dalla Fadda lo scarabeo di Nurdole (con crittografia amunica e prenome di Amenhotep III, 5a) e lo scarabeo di sant’ Imbenia, ma ricordiamo anche la tavoletta di Tharros con la triade amunica, lo scarabeo di Monti Prama (1292-945 a.C.), gli scarabei di Monte Sirai (verosimilmente di epoca ramesside), la perduta tavoletta di Assemini, i 187 “Scarabei e scaraboidi egizi o egittizzanti” descritti dalla Scandone nel catalogo del 1975, 81 dei quali ritenuti di produzione locale (6a). Nel catalogo vi sono 4 scarabei di epoca Hyksos e 5 di epoca ramesside: significa che, secondo la Scandone, i più vecchi  scarabei presenti al museo di Cagliari sono databili al XVII-XVI secolo a.C. Cosa c’è quindi di inspiegabile nello scarabeo di S’ Arcu e is Forros?

ANNABELLA PUBUSA e is mundus piticus

Caro Gianfranco, oggi inauguriamo. Ci sentiamo un pò pomposi, ci siamo messi un pò eleganti e ci diamo un pò di arie. Perchè a parlare oggi, alla cerimonia di inaugurazione, abbiamo un padrino d' eccezione, uno che siede tra i grandi della letteratura. 

di Francu Pilloni

Candu Pacificu Aras fut arribau a s’intrada de bia Is Auriscas numeru cinqui, hiat biu a Lionora Pubusa a palas de sa gecca a costallas chi, primu ancora de aberriri, dd’hiat nau cun boxi chi ddi fut arrescia in gutturu: “Su Signori ind’hat tentu piedadi”.
Totus sciant in bidda chi Chieddu Simaxis fut maladiu meda e de duus mesis no s’indi pesàt de su lettu mancu po pisciai. Is fueddus de sa connada fuant sa versioni postuma de is tantis chi si fuant gastaus finzas a sa dì primu, aba totus narànt: “Deus indhat a teni piedadi”.
“Mortu, a no?”, inciddi fut bessiu a Paxi Aras. “E deu fui benendu a sciri po sa binnenna…”, hiat acciuntu casi po si fai a cumpodessi de su disturbu chi fut po donai.
“Intra, intra”, dd’hiat cumbidau Lionora. “Ca ge si seis bius ateras bortas”.
E fut beru. Pacificu Aras, nau Paxi de totus po sa bonesa e sa simplicidadi de is modus, Chieddu Simaxis, chi in soffiziu fut Eracliu mancai essi piticu de trettu, e Annabella Pubusa fuant fedalis e amigus de giogu, ca biviant totus in su bixinau de Is Auriscas.
Paxi fut intrau e parriat chi Annabella essit abettendiddu. Si fut accutu a ddi donai is passienzias, candu fut postu de truessu intrendi in sa genna de coxina, chene mancu ddi stringi sa manu.

mercoledì 24 ottobre 2012

Lettera ad un amico

Caro Gianfranco,
ti dò ancora del tu e so che non me ne vorrai, anche se sei passato ad una categoria superiore. Un mese se ne è andato, è tanto e nello stesso tempo pochissimo. Sapessi quante volte ho ancora la tentazione di scriverti! basta che legga una notizia di cui mi piacerebbe discutere o semplicemente spettegolare con te, attraverso quella rete che era, giocoforza, la strada principale della nostra amicizia.
Oggi voglio farti un regalo, assieme ad un paio di amici fidatissimi abbiamo dato vita ad una creatura, tu lo chiamavi così il tuo blog, ricordi? te lo mando, questo regalo, prima che tu ti distacchi troppo dalle cose terrene: spero che tu sia ancora invischiato nelle scartoffie burocratiche del Lassù e che abbia ancora il tempo -mentre aspetti che gli Angeli o altri addetti ai lavori si districhino nella pratica- di dare un'occhiatina Quaggiù. Quando si fanno regali si chiede spesso alle persone vicine al destinatario: "Cosa gli prendo, cosa gli piacerebbe?". Eh grazie, mica te lo dicono: se hanno una buona idea se la tengono per loro, con la penuria di idee che c'è in giro! allora mi sono arrangiata: prima ho cercato di scrutare nel Gianfrancopensiero, ma vedevo solo una pipa che, come ogni buona pipa, faceva fumo e mi confondeva. Allora mi son detta: "Atropa, pensa ad una cosa che piacerebbe fare e te a che non dispiacerebbe a lui". Siamo andati subito meglio: mi son fatta accompagnare da una congrega di cui mi fido ancora più di quanto mi fidi di me stessa e via...ho fatto il passo. Un blog ispirato al tuo, dilatato in alcuni temi in cui siamo bravini,  ristretto in altri  di cui capiamo quasi nulla. Ma, la cosa più importante di tutte, è un blog con tre lingue ufficiali per annunci e comunicati: sardo, italiano ed inglese; e con lingue a piacere per i post. Lo avremmo potuto chiamare BabelBlog, ma abbiamo preferito Monte Prama, perchè la nostra luce guida sarà quella cultura sarda millenaria, moderna ed internazionale che tanto ti affascinava ed ispirava. Stiamo ancora andando in giro per far mettere la firma dei partecipanti nel biglietto, tu aspetta ancora un pochino prima di salire le scale del piano superiore (tirala alla lunga, trova qualche scusa). Insomma, oggi siamo nati, ma il battesimo è tra tre giorni! Nel frattempo ti ho lasciato un angolino aperto nel pacchetto, così che tu possa dare una sbirciatina al regalo: ti piace?
Un saluto amico nostro carissimo
Atropa & la redazione di Monte Prama, un blog dedicato a Gianfranco Pintore

domenica 21 ottobre 2012


« Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare». 
(Jack Kerouac, On the road)